Trainspotting 2 marzo Italia

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Polinice

Quando si parla di sequel, il rischio più grande è inseguire la nostalgia senza avere nulla da aggiungere. T2 Trainspotting, uscito nel 2017 e diretto ancora una volta da Danny Boyle, sceglie invece una strada più coraggiosa: non tenta di rifare il mito del ’96, ma di guardarlo negli occhi, portando con sé tutte le ferite dei suoi personaggi e – in parte – del pubblico che nel frattempo è cresciuto, o ha provato a farlo.

La storia: un ritorno che brucia

Mark Renton torna a Edimburgo vent’anni dopo aver tradito i suoi amici e rubato i soldi della “grande occasione”. Non è un ritorno eroico, e nemmeno catartico: è un rientro sporco, goffo, pieno di imbarazzi, rancori e conti emotivi rimasti in sospeso.
Sick Boy, Spud e Begbie non sono più gli antieroi iconici di allora, ma uomini spezzati: chi dalla vendetta, chi dal rimpianto, chi dalla dipendenza. Boyle li riprende dove li aveva lasciati, ma senza la patina di romanticismo tossico del primo film.

Un sequel che non vuole essere giovane

Se Trainspotting correva come un treno senza freni, T2 è un viaggio più lento, più dolente, consapevolmente segnato dalla malinconia. Lo stile di Boyle c’è ancora – le visioni, i colori saturi, il montaggio iperattivo – ma è come se tutto avesse perso un mezzo tono. È una scelta, non un limite: l’energia degli anni ’90 non può essere replicata, e il film lo sa.

Il passato non è solo un ricordo: è un’ombra lunga che risucchia, che impedisce di rialzarsi, che rende la maturità un concetto quasi comico.

La colonna sonora: meno rivoluzionaria, ma più consapevole

La musica non ha l’impatto generazionale del primo film – era impossibile – ma accompagna perfettamente l’umore del racconto. Young Fathers, Prodigy e Underworld non costruiscono un manifesto, bensì un sound che parla di cicatrici, riscatti impossibili e giorni che non tornano.

La critica: più che un sequel, un confronto

T2 Trainspotting non è un film che cerca di piacere a tutti. Chi voleva un’altra dose di adrenalina pura potrebbe trovarlo troppo riflessivo. Ma chi è disposto a guardare i personaggi senza la lente mitizzata del passato, troverà un’opera sorprendentemente onesta.

Il film parla del fallimento di crescere e dell’imbarazzo di ritrovare se stessi quando ormai non si ha più l’età per giocare ai ribelli. È un film che mette a disagio perché mostra ciò che la generazione di Trainspotting forse non voleva vedere: che si può sopravvivere, sì, ma non sempre ne vale la pena.

Verdetto finale

Un sequel che funziona proprio perché non cede alla nostalgia.
Più amaro, più adulto e meno iconico del primo, T2 Trainspotting è un racconto sul tempo che sgretola i miti e rende i sogni meno luminosi, ma anche più veri. Una chiusura del cerchio che sa di resa e affetto, di fallimenti condivisi e di un’amicizia che, nel bene e nel male, non riesce a morire.

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