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L’architettura della grafica

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Con queste parole Le Corbusier apre, nel 1948, la pubblicazione del suo Modulor, ovvero la prima  grande sedimentazione dei suoi ragionamenti sulla necessità di una “scala umana” nella pratica dell’architettura, basata dunque sulle misure fisiche della persona al fine di raggiungere la corretta costruzione dello spazio (seguirà un’addizione alla prima edizione nel 1955). E proprio sulle misure da lui indicate come nuovo modello universale, vengono concepiti i formati, l’impaginazione e le proporzioni non solo delle sue architetture, ma anche del libro stesso e di quelli da lui impaginati e pubblicati a partire da quel momento.

È allora comprensibile come l’inclusione dell’arte tipografica nella grande sfera della progettazione architettonica non sia solo la legittimazione di una sensibilità personale, quanto il riconoscimento di un mondo vasto che con le successive facilitazioni dell’evoluzione tecnica, si sarebbe evoluto e diffuso sempre più divenendo, non casualmente, disciplina per molti architetti.

Dunque un aspetto dell’architettura che da essa si distingue per la sua necessaria bidimensionalità, priva cioè della possibilità di essere attraversata caratteristica esclusiva dello spazio fisico costruito. Eppure, come esso, regolata da rapporti proporzionali, distanze misurate e relazioni formali che possono far assumere nuovi significati ad una semplice ripetizione di segni.

Fortunato Depero, pubblicità CampariL’uniformità che in questi anni sempre più caratterizza la grafica (tanto pubblicitaria quanto editoriale), non rende giustizia ad un passato che, sebbene recente, ha saputo dare molto alla forma della parola scritta. Non volendo fare qui una storia della tipografia che parta da Aldo Manuzio, si può ricominciare a guardare le pubblicazioni e le opere grafiche che dopo i primi importanti esempi di Fortunato Depero, a partire dagli anni ’40 e ’50 utilizzano le lettere in quanto forme significanti, riuscendo a costruire messaggi sintetici attraverso l’uso non convenzionale di forme riconoscibili. Ma mentre in Depero la forma della parola non prescinde ancora dalla sua unità sintattica, negli anni del dopoguerra, essa si astrae consentendo l’uso delle sue parti in quanto elementi autonomi.

In quegli anni, i manifesti e le copertine dei libri, diventano gli spazi, definiti e vasti, in cui le lettere si liberano della semplice gerarchia funzionale, si ingrandiscono e si sovrappongono, si astraggono dalla parola che le conteneva, richiedendo una propria autonomia formale. I lavori di Albe Steiner e quelli di poco successivi di Max Huber iniziano un percorso che, sempre più, trasporterà la parola verso il mondo della figurazione: si inizia ad alterare i rapporti tra le lettere, poi se ne modificano i colori, fino a giungere al loro uso in quanto forme, il tutto con l’intenzione di estetizzare una procedura che altrimenti sarebbe rimasta solo espressione di una necessità comunicativa.

Albe Steiner, pubblicità per Note Fotografiche, 1941 | Max Huber, pubblicità per Pirelli, 1957
Albe Steiner, pubblicità per Note Fotografiche, 1941 | Max Huber, pubblicità Pirelli, 1957


In alcuni casi, la sinteticità del messaggio diviene talmente raffinata ed efficace da diventare marchio stesso del prodotto, come nel caso del logo Olivetti di Marcello Nizzoli del 1951: la sua forma, inizialmente affiancata al logo già esistente, si evolverà al punto da divenire famosa ed utilizzare soltanto la prima delle sue otto lettere per essere universalmente riconoscibile e ancora oggi in evoluzione.

Giovanni Pintori, manifesto per la Olivetti Lettera 22, 1954 | Carlo Scarpa, negozio Olivetti di Venezia, logo di Marcello Nizzoli, 1958
Giovanni Pintori, manifesto per la Olivetti Lettera 22, 1954 | Carlo Scarpa, negozio Olivetti di Venezia, logo di Marcello Nizzoli, 1958

 

Sono gli anni in cui le composizioni si evolvono basandosi sulla contrapposizione di figure chiaramente riconoscibili sia per forma che per colore, non sempre concluse all’interno del formato di stampa: spesso si muovono liberamente sul bianco della pagina, non hanno limiti o cornici che ne possano limitare la virtuale illimitatezza, divengono porzioni astratte di composizioni che solo per motivi di taglio e formato sono limitate allo spazio fisico del foglio.

In alcuni casi l’astrazione di questi lavori diviene veicolo figurato di senso polemico e critico nei confronti della società coeva, come nel lavoro di AG Fronzoni. La cromìa è annullata a discapito dei due “non colori” bianco e nero, le parole e le forme geometriche si affiancano o si sovrappongono lasciando libera possibilità espressiva ai rapporti dimensionali tra oggetti distinti.

Manifesto di AG Fronzoni
Manifesto di AG Fronzoni

“Mirare all’essenziale, eliminare ogni effetto superfluo, ogni inutile fioritura, elaborare un concetto su basi matematiche, intorno ad un’idea fondamentale, ad una struttura elementare, evitare con accanimento sprechi ed eccessi.”

AG Fronzoni

 

 

 

Le evoluzioni della grafica negli anni successivi sono state diverse e sempre più raffinate, sebbene siano inversamente proporzionali alla diffusione della comunicazione televisiva. Sono mutati i tempi utili per la ricezione di un messaggio, e la raffinatezza di un pensiero d’inchiostro nero ha dovuto, necessariamente, lasciare posto ad altri modi di comunicazione. La grafica e l’editoria hanno cercato di adattarsi a questo aumento continuo di velocità, ma per propria natura, la lentezza rimane un limite insuperabile.

In passato era evidentemente più complicato elaborare la grafica di una pubblicità o di un libro,  la tecnica che permetteva la riproduzione limitava ancora la possibilità di indagare nuove forme e i rapporti tra di esse. Oggi abbiamo il grande vantaggio della semplificazione tecnica, portata dalla digitalizzazione delle immagini. Il tentativo migliore che si possa fare è provare a trasformare il limite della lentezza in un’occasione di riflessione più profonda e sensata sull’estetica dei nostri tempi.

 

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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