Carlos Alcaraz è fuori dagli US Open, ma la sua eliminazione contro Ben Shelton rischia di essere ricordata soprattutto per tutto ciò che è accaduto intorno alla partita. Un quarto di finale trasformato in una battaglia contro l’avversario, contro il fisico, contro l’umidità e soprattutto contro un programma difficile da comprendere. La sfida è iniziata intorno alle 23 ora locale ed è terminata alle 3.30 del mattino, quando il tennis di altissimo livello aveva ormai lasciato spazio anche alla semplice capacità di resistere. Shelton ha vinto, Alcaraz ha salutato il torneo, ma il giorno dopo lo spagnolo ha riaperto il caso davanti ai cronisti. Tra una battuta, un sorriso e una considerazione molto più seria, il numero 3 del mondo ha criticato una programmazione che rischia di chiedere troppo persino agli atleti più forti del pianeta.
Una partita diventata una prova di sopravvivenza
Il campo ha detto Shelton, ed è giusto partire da qui. L’americano ha giocato una partita enorme, ha retto nei momenti più delicati e ha saputo colpire quando Alcaraz sembrava vicino a riprendere definitivamente il controllo. Ma
Alcaraz-Shelton non è stata una partita normale. È stata una sfida cominciata tardissimo, proseguita per ore in condizioni pesanti e terminata quando la notte americana stava ormai lasciando spazio all’alba. Il problema non è soltanto l’orario scritto sul tabellone. È tutto ciò che quell’orario comporta. A mezzanotte il corpo è già sottoposto a uno stress differente. Alle due del mattino lucidità, riflessi e capacità di recupero vengono messi ulteriormente alla prova. Alle tre e mezza non si sta più chiedendo soltanto chi sia il tennista migliore: si sta chiedendo
chi riesca a resistere meglio a una situazione estrema. In mezzo c’è stata anche l’umidità, il caldo ancora presente sul cemento di New York, la tensione di un quarto di finale Slam e una partita giocata ad altissima intensità. Alcaraz ha sofferto, fisicamente e mentalmente, ma ha continuato a spingere fino alla fine. E qui nasce il primo interrogativo:
quanto deve essere resistente un atleta prima che l’organizzazione ammetta che si sta andando oltre?Alcaraz torna dopo quattro mesi e trova una maratona notturna
La situazione dello spagnolo rende tutto ancora più particolare. Alcaraz arrivava agli US Open dopo circa
quattro mesi di stop. Il suo corpo doveva essere testato, ascoltato, gestito. Invece si è trovato dentro una maratona notturna che avrebbe messo in difficoltà qualunque giocatore del circuito. Il dato positivo è che Carlos, nonostante tutto, si sente bene. Lo ha spiegato anche dopo la partita. Il lungo periodo lontano dalle competizioni non sembra avergli tolto fiducia e il suo ritorno a New York ha comunque dimostrato che il fisico sta rispondendo. Ma proprio per questo le sue parole hanno un peso maggiore. Alcaraz non ha parlato da atleta distrutto o arrabbiato per una sconfitta. Ha parlato da giocatore che
ha vissuto sulla propria pelle una programmazione che considera sbagliata. Il giorno successivo, davanti ai cronisti, è tornato più volte sulla questione. Con il suo solito modo leggero, alternando battute a riflessioni molto nette, ha spiegato che giocare in quelle condizioni può diventare devastante. Non soltanto per lui.
Per tutti.
Lo sfogo: “Così è devastante”
Il punto più interessante della conferenza stampa non è stato il risultato. Alcaraz sa perdere e lo ha dimostrato ancora una volta. Ha accettato la vittoria di Shelton, gli ha riconosciuto i meriti e non ha trasformato l’orario in un alibi. Ma ha separato chiaramente le due cose: una cosa è perdere una partita, un’altra è considerare normale che una partita Slam finisca alle tre e mezza del mattino. Ed è proprio qui che il suo sfogo diventa importante.
Alcaraz ha criticato l’organizzazione, ha messo in discussione una programmazione che rischia di trasformare il tennis in qualcosa di diverso dal tennis. Una battaglia nervosa, biologica, quasi contro il naturale ritmo del corpo. La questione è semplice. Un giocatore, finita la partita alle 3.30, non va immediatamente a dormire. Ci sono conferenza stampa, fisioterapia, trattamento muscolare, alimentazione, doccia, trasferimento in hotel. Significa che il riposo reale può iniziare quando il sole sta quasi sorgendo. Se poi quella persona deve tornare in campo dopo uno o due giorni, il problema non è più spettacolare. È sportivo.
Può uno Slam chiedere questo ai suoi campioni?
Gli US Open hanno costruito parte della loro leggenda sulle notti di New York. Il pubblico ama il cemento illuminato, le tribune piene, il rumore, la tensione e quelle partite che sembrano non finire mai. È uno degli elementi che rendono questo torneo diverso dagli altri. Ma c’è una linea che separa
lo spettacolo dalla forzatura. Una partita che inizia alle undici di sera e termina alle tre e mezza del mattino non può essere liquidata semplicemente con la frase “fa parte degli US Open”. Perché in mezzo ci sono professionisti che devono recuperare, allenarsi, dormire, alimentarsi e tornare in campo. Non sono attori di uno spettacolo programmato per occupare uno slot televisivo: sono atleti impegnati nel torneo più importante della loro stagione. Il tennis moderno è già diventato fisicamente durissimo. Gli scambi sono più violenti, i giocatori coprono il campo a velocità impressionanti, le stagioni sono lunghe e i problemi fisici sono sempre più frequenti. Aggiungere volontariamente una variabile come
la privazione del sonno significa entrare in un terreno molto discutibile.
Alcaraz esce con filosofia, ma il problema resta
Alcaraz ha preso tutto con la leggerezza tipica dei grandi campioni. Ha sorriso, ha scherzato e ha spiegato di sentirsi bene nonostante la fatica. Forse è proprio questo l’aspetto più forte della sua conferenza stampa: non sembrava alla ricerca di una scusa. Lo spagnolo sapeva di aver perso contro un Shelton più efficace nei momenti decisivi. Il risultato non cambia.
Shelton ha meritato la vittoria e Alcaraz esce dal torneo. Ma il modo in cui è maturata quella sconfitta apre una discussione che va molto oltre i due giocatori. Perché quando un atleta sta male dopo ore di partita, nel cuore della notte, con un’umidità pesante e un corpo già sottoposto a uno sforzo enorme, la domanda è inevitabile:
è davvero questo il tennis che vogliamo vedere?Alle 3.30 non vince soltanto il più forte
Questa è forse la parte più scomoda dell’intera storia. A quell’ora non conta più soltanto il talento. Conta come il corpo reagisce al sonno, quanto riesce a mantenere lucidità, quanto tollera l’umidità, quanto riesce a trasformare la stanchezza in adrenalina. Ed è un terreno che rischia di alterare la natura stessa della competizione. Uno Slam dovrebbe premiare
tecnica, forza mentale, preparazione atletica e capacità di gestire cinque set. Tutto questo è già sufficiente per separare i grandi dai campioni. Non dovrebbe però trasformarsi in una gara a chi riesce a rimanere in piedi fino all’alba. Alcaraz lascia New York da numero 3 del mondo, eliminato ma non ridimensionato. Shelton continua invece il suo torneo con una vittoria pesantissima e meritata. Ma quando si spegneranno le luci dell’Arthur Ashe resterà una domanda che l’organizzazione dovrebbe affrontare senza battute e senza slogan:
far stare male un atleta alle tre e mezza del mattino dopo ore di tennis può davvero essere considerato degno di uno Slam? Perché il fascino della notte è una cosa.
Portare il tennis oltre il limite è un’altra.