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Febbre da stadio

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Il calcio, si sa, in Italia è paragonabile ad una religione, a Roma poi, non di rado, sconfina nei fondamentalismi del tifo; ed è solo premettendo ciò che si può raccontare quello che sta avvenendo con l’ippodromo di Tor di Valle in questi mesi.
Edificio straordinario, inaugurato nel 1959 e progettato da Julio Lafuente, rappresenta uno dei più interessanti esempi nel panorama romano del dopoguerra, nonostante ciò ne è stata, di recente, decretata la demolizione per far posto al nuovo stadio della A.S. Roma. Di fronte ad una decisione del genere, alla quale si è giunti con un’inspiegabile leggerezza, ignorando persino delle leggi, sarebbe normale in qualsiasi altra città, assistere ad una levata di scudi da parte di architetti e storici in difesa di questo edificio, ma qui no, anzi, le poche ed isolate voci che si sono pronunciate contro la demolizione sono state immediatamente etichettate come “avversari”, nemici che vogliono solo danneggiare la squadra giallorossa ed i suoi tifosi.
C’è da chiedersi come sia possibile che in un città come Roma un tema tanto delicato non sia oggetto di un dibattito culturale anziché essere derubricato a diatriba tra “ultras” di una o dell’altra squadra.
Dove sono le grandi firme? E i critici? Che fine hanno fatto l’Ordine degli Architetti, l’opinione pubblica e la politica? Evitano dunque la questione per paura di compromettere la propria popolarità con i costruttori o con i tifosi? Il silenzio è assordante e in questa indifferenza, ogni giorno che passa, si affievoliscono le residue speranze di immaginare una soluzione diversa, non cruenta, per questa architettura.
Eppure qualche mese fa l’architetto Clara Lafuente, figlia di Julio, aveva avanzato l’ipotesi ragionevolissima di conservare le tribune e di trasformarle negli spalti del nuovo centro d’allenamento della squadra che, da progetto, sorgerà nell’aerea attorno al futuro stadio. L’idea meritava di essere quantomeno discussa, anche perché non avrebbe comportato uno stravolgimento del progetto, lo stadio in sé non ne sarebbe nemmeno stato interessato, non si auspicava infatti di salvare l’ippodromo ma semplicemente di conservarne le due tribune: in fin dei conti si tratterebbe di un’operazione in continuità con la tradizione dell’architettura romana che da sempre ha utilizzato gli edifici del proprio passato.
Quelle di Tor di Valle non sono affatto banali tribune, la loro originalità risiede nell’utilizzo altamente espressivo del mezzo tecnologico, attraverso i pilasti sagomati, gli sbalzi in cemento armato sia della gradinata che della copertura, ma anche per la permeabilità degli spazi sottostanti che, pur trattandosi di interni, mantengono una duplice continuità da una parte con la pista, sempre visibile, dall’altra con il piazzale attraverso le modernissime vetrate apribili a tutta altezza.

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Perdere questo edificio è un’idea impossibile da tollerare, a Madrid ad esempio l’ippodromo de “La Zarzuela”, progettato da Eduardo Torroja nel 1941, al quale Lafuente dichiaratamente si ispirò, è stato oggetto di un meticoloso restauro che lo ha riportato al moderno candore delle origini, noi, al contrario, decidiamo di demolire lo splendido impianto sulla via del Mare in preda all’ansia incontrollabile di costruire, ad ogni costo e senza intoppi, il Nuovo Colosseo: atteggiamento comprensibile per un tifoso, ma inaccettabile da parte dell’opinione pubblica e delle autorità.
Per spiegare una tale indifferenza va ricordato che molti romani -e tifosi romanisti- non lo conoscono, sorge in effetti in un luogo tutt’oggi fuori mano e in un’area piuttosto degradata, ma non sono queste ragioni sufficienti per invocare la scomparsa di Tor di Valle, dovrebbero, al contrario,rappresentare l’opportunità per tentarne il recupero discostandosi della semplicistica, e diffusa, prassi dinamitarda, in modo da infondere un valore aggiunto alla nuova “cittadella” della Roma che risulterebbe così innegabilmente più originale e ricca di storia.

 

Andrea Bentivegna

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