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Re-Constructivist Architecture

The confluence [ of these seven architects] may indeed temporary; but its reality, is vitality, its originality can hardly be denied.

Chiosava così il decano dell’architettura americana, Philip Johnson, nel brano scritto per il catalogo della mostra Deconstructivist Architecture (June 23 – August 30, 1988) curata insieme a Mark Wigley all’interno del Gerald D. Hines Interests Architecture Program presso il MoMA di New York.
All’epoca Johnson – 82 anni – convocava alla sua corte 7 architetti con un’età media di 47 anni.
Se si considera il Decostruttivismo l’ultima corrente compiutasi in architettura — per compiuta intendiamo coerente a se stessa, ben orchestrata, sufficientemente autoreferenziale per potersi presentare come movimento di pensiero — allora possiamo dire che suddetta corrente è la più vetusta del Novecento.
Non si hanno precedenti in cui un gruppo d’avanguardia così in là con gli anni si sia presentato in modo organico e coeso. Il decostruttivismo era nato, ed era nato vecchio.
Uno scherzo del destino, come per il curioso caso di Benjamin Button, in cui si viene al mondo decrepiti e nel tempo si ringiovanisce, sempre più vigorosi e spavaldi. Dal Decon-Show, che una certo modo di trattare l’architettura falcio’ come Taribo West su Kančel’skis in un Inter-Fiorentina di tanti anni fa, la decostruzione proseguì incessante e perentoria praticamente fino ad oggi, anche a domani.
Se l’eta’ media dei partecipanti era 47 anni e loro erano 7 – numero ovviamente studiato a monte – i progetti esposti erano 10.

Twisted volumes, warped planes, clashed lines intentionally violate the cubes. By challenging traditional ideals of order and rationality, their projects undermine basic assumption about building. The dream of pure form has been disturbed. Form has become contaminated. The dream has become a kind of nightmare.

Esattamente. Un incubo.
Eppur si sa che proprio nei sogni più terribili, coperto di sgomento e paura, si esprime libero l’inconscio. Vola radente sulle dorsali di montagne desertiche ed attraversa asciutte gole come un X-Wing di Star Wars, fino ad appoggiarsi sul tetto di un palazzo di Vienna nei panni di un parassita di vetro e acciaio.
Così si manifestava l’inconscio degli anni ’90: sulla scia di un’era Reganiana in via di disfacimento, nei cieli nuovi della globalizzazione, volteggiava la precarietà dello sforzo vano, la libertà dell’eccesso inutile e del formalismo gioiosamente costoso. La materia si contorceva su se stessa, anche per reagire ad un ventennio caratterizzato da architetture colte, citazioniste, a tratti pop, durante i quali libri e manuali venivano sgranati come rosari, dove colonne e capitelli erano riemersi dall’oblio.
Koolhaas cambiava fratino e passava al lato oscuro della forza. Eisenman, dopo essersi autoesiliato dalla prima Biennale di Venezia – decisiva la pressione dell’amico Tafuri – si riprendeva una scena importante, che ancora oggi non lo ha insignito di un Pritzker già arrivato sull’uscio della porta di studi ben più discutibili. Tschumi completava un triumvirato di chi alla materia teorica ha da sempre dato del tu.
Poi Zaha Hadid, la più’ giovane del gruppo — incredibilmente l’unica scomparsa — Ghery, gli austriaci di COOP IMMELB(L)AU e Libeskind. Outsiders spesso a passeggio su quella sottile linea che separa architettura ed Arti altre. Impegnati ancora oggi ad annaffiare le piante di una stagione che non fiorisce più’.
Una nota: la presenza di opere provenienti dalla collezione del MoMA riguardanti il Costruttivismo sovietico. Una trovata utile a coprirsi le spalle, ad individuare dei nobili predecessori.
Perché quindi oggi Re-Constructivist Architecture? Cosa consente di gettare un guanto di sfida così ardito?
Perché ci siamo ritrovati giovani e rissosi. Come nei caffe’ primo Novecento. Affamati di una discussione, di un confronto, di una narrazione soprattutto. Perché in fondo non si ha nulla da perdere.
Non ci si presenta al MoMA ovviamente, d’altronde le avanguardie non si sono mai potute permettere i musei, bensì sono state spesso relegate nei fuori salone. Il linguaggio è differente. Il cubo si ricompone: forme semplici, accumuli, riferimenti che si sommano a citazioni e che diventano elenchi, deliri di innocua onnipotenza.
Il cuore torna ad essere europeo, sarà la crisi, sara’ un manifesto interesse per la triangolazione dialettica che pervade l’architettura continentale da sempre.
Levando da Bucharest fino New York, da Palermo a Londra, il quadrante e’ esteso ma coerente. Mai confondibile, certamente accomunabile.
Nell’epoca della frammentazione si cerca l’archetipo, ciò che tiene unito, la cucitura, il ponte semantico nella  diversità lessicale.
Nell’epoca della ricostruzione è fondamentale la tipologia, la comprensione di come lo spazio appartenga ad una categoria simbolica rispetto ad un’altra, così che una casa non somigli ad un aeroporto, una stazione di pompieri ad un museo.

The confluence of these thirteen firms may indeed temporary; but its reality, is vitality, its originality can hardly be denied.

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