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Gli oriundi: una questione vecchia quanto la nazionale

L'Italia campione del Mondo nel '34, con tre oriundi in campo nella finale (foto da: mondiali-di-calcio.com)

Il rapporto del calcio italiano con gli stranieri è da sempre complesso. Avete presente quel «troppi calciatori stranieri», buttato lì come uno slogan, ogni volta che si elencano i problemi del calcio italiano? È una storia vecchia di un secolo. No, non è un’iperbole: letteralmente. Nel 1907 la FIF chiuse le frontiere, impedendo ai giocatori stranieri di prendere parte al campionato italiano. In parallelo, si disputò per due stagioni il campionato federale, aperto ai giocatori di ogni nazionalità. La motivazione di una decisione così drastica fu quella di favorire le squadre prettamente italiane, che rispetto ai Football Clubfondati da stranieri e composti in parte dai fondatori stessi – non avevano calciatori di altre provenienze. I Football Club – Milan e Genoa in testa – erano impauriti da una simile posizione, poiché la ritenevano una base per la completa esclusione dei giocatori stranieri dal calcio su suolo italico, e decisero quindi di non prendere parte al campionato italiano. Il Milan, anzi, abbandonò anche il campionato federale per protesta. Dal 1909, la FIF decise di reinserire nei regolamenti la possibilità per ogni squadra di schierare una quota di stranieri.

La nascita della nazionale italiana di calcio risale a quel periodo: 1910. Se fino alla fine degli anni ’20 la presenza degli oriundi fu poco rilevante, una svolta avvenne con la Carta di Viareggio del 1926. Un anno prima, fu eletto Lando Ferretti come presidente del Coni. La commissione di esperti che redasse la Carta di Viareggio, voluta da Ferretti, decise tra le altre cose per il blocco totale degli stranieri nel campionato italiano a partire dal 1928. Le società italiane, che fino a quel momento accoglievano più di 80 calciatori stranieri, provenienti soprattutto dall’Austria-Ungheria, dovettero ricorrere ad un escamotage. Che non fu osteggiato dalle gerarchie fasciste, e il motivo non è difficile da comprendere. Per la funzione svolta dallo sport nella propaganda dei regimi totalitari, era importante avere una nazionale di calcio competitiva in campo internazionale. Le squadre italiane poterono quindi schierare diversi giocatori sudamericani in grado di poter dimostrare le origini italiane di un proprio avo. In questo modo, i calciatori potevano usufruire della doppia cittadinanza e risultare idonei a scendere in campo nonostante il blocco dettato dalla Carta di Viareggio.

È in questo preciso contesto storico che possiamo collocare l’inizio vero e proprio della storia degli oriundi nella nazionale italiana. Nacque in Italia una vera e propria febbre per i calciatori sudamericani: la Lazio 1931/1932 arrivò addirittura a mandare in campo nove brasiliani, tutti in possesso della cittadinanza italiana. I Mondiali del 1930 furono un’autentica vetrina, che permise ai club italiani di studiare potenziali innesti per le loro rose, nonostante l’Italia avesse optato per non prendere parte alla coppa. Cinque dei giocatori che disputarono la finale del 1930, tra Argentina e Uruguay, arrivarono poi in Italia: Ernesto Mascheroni, Héctor Scarone, Luis Monti, Guillermo Stábile e Mario Evaristo. La razzia delle nazionali sudamericane destò reazioni controverse da entrambe le parti. Da un lato le federazioni sudamericane lamentarono una simile tendenza, che impoveriva i loro campionati e di conseguenza le rappresentative che andavano a partecipare alle competizioni a loro dedicate. In ottica protezionistica, l’Argentina decise addirittura di non partecipare ai Mondiali del 1934 in Italia. Dall’altro lato anche in Italia non furono tutti entusiasti: piovvero critiche sul c.t. Pozzo, che in un’Italia-Svizzera del 1932 schierò quattro oriundi provenienti da quattro nazioni diverse (Paraguay, Uruguay, Brasile e Argentina).

Sul piano dei risultati, però, la politica di Pozzo risultò vincente. L’Italia si presentò ai Mondiali del 1934 con cinque oriundi in rosa: Luis Monti (Argentina), Enrique Guaita (Argentina), Raimundo Orsi (Argentina), Atilio Demaria (Argentina) e Amphilóquio Guarisi (Brasile). Non erano, naturalmente, chiamati con i loro reali nomi di battesimo. Meglio, vista l’epoca, parlare di Luigi o al massimo Luisito, Enrico, Raimondo, Attilio e Anfilogino. Tre di loro – Monti, Guaita e Orsi – scesero in campo nella finale di Roma, con Orsi che segnò il gol del pareggio contro la Cecoslovacchia ad appena 10 minuti dal termine della gara. Guaita, invece, aveva siglato la rete del decisivo 1-0 in semifinale contro l’Austria. In proporzioni minori, la storia continuò ai Mondiali del 1938. In quell’occasione fu un solo oriundo a vestire la maglia della nazionale azzurra: Miguel – pardon, Michele – Andriolo, colonna del centrocampo del Bologna. Le spedizioni del ’34 e del ’38 permisero all’Italia di potersi fregiare, per due volte consecutive, del titolo di campione del mondo. Anche nel secondo dopoguerra la nazionale italiana continuò ad attingere dallo sterminato serbatoio di oriundi. Vestirono la maglia azzurra fuoriclasse del calibro di Juan Alberto Schiaffino, Alcides Ghiggia, José Altafini, Humberto Maschio, Antonio Angelillo e Angelo Sormani. I disastri della nazionale, eliminata senza gloria dal Mondiale ’62 e sconfitta dalla Corea del Nord in quello del ’66, convinsero infine la Federazione a chiudere di nuovo le frontiere. E, per trovare un nuovo oriundo dopo Sormani, bisognerà attendere Camoranesi.


 

GLI ORIUNDI OGGI

Dopo questa lunga panoramica, possiamo tornare all’attualità. In queste settimane, ha fatto molto discutere la scelta di Antonio Conte di portare in nazionale gli oriundi Éder Citadin Martins e Franco Vázquez. Il primo dei due, tra l’altro, è risultato decisivo per il pareggio degli Azzurri in Bulgaria. Come già accaduto nel 1907 e nel 1932, l’opinione pubblica si è divisa. Non è una novità: avevano già destato perplessità in questi anni le chiamate di giocatori come Osvaldo, Amauri, Ledesma, Thiago Motta e Paletta. E, prima di loro, era stato messo in dubbio persino un giocatore importante come Mauro Germán Camoranesi. Forse per la mediaticità del personaggio di Conte, questa volta si è però prodotta una frattura difficile da ravvisare nelle altre convocazioni recenti degli oriundi. Alcuni tecnici di Serie A, come Roberto Mancini e Andrea Mandorlini, si sono schierati apertamente contro la scelta del commissario tecnico. Il motivo è semplice da spiegare: dal loro punto di vista convocare gli oriundi è una bocciatura per i talenti italiani, che non vengono valorizzati. Altri, come Zdenek Zeman e Vincenzo Montella, hanno invece appoggiato la decisione. Sui principali quotidiani sportivi, non si è parlato – per tutto il periodo di avvicinamento alla sfida con la Bulgaria – di altro che degli oriundi. Riaprendo una storia, come dicevamo nel titolo, vecchia quasi quanto la nazionale.

Chi non nasce in Italia e ha parenti lontani non dovrebbe giocare in nazionale. (Roberto Mancini)

Stranieri in nazionale? Sono più per gli italiani veri. Facciamo tanto per far crescere i giovani e poi convochiamo gli oriundi. (Andrea Mandorlini)

C’è una regola e quindi rispettiamola. Ora tocca agli italiani dimostrare di far meglio degli oriundi. (Zdenek Zeman)

Mi piacerebbe che la maglia della nazionale la indossassero giocatori nati in Italia, ma considerato che questo è il regolamento anch’io agirei come Conte. (Vincenzo Montella)

Conte, a difesa delle sue convocazioni, si è appellato alla presenza diffusa di oriundi in altre nazionali come la Francia. Così come Éder ha citato l’esempio della Germania. Ma la questione è più complessa di così e il rischio di fare confusione tra oriundi alla Vázquez e immigrati di seconda – o terza – generazione è alto. Matuidi ha origini angolane, i genitori di Sakho sono senegalesi, quelli di Benzema algerini, la famiglia di Moussa Sissoko arriva dal Mali. Eppure questi quattro calciatori sono tutti nati in Francia. I loro casi sono più vicini a quelli di El Shaarawy e Balotelli, piuttosto che alle situazioni di Éder e Vázquez. La selezione francese, di fatto, si presentava ai Mondiali 2014 con un solo giocatore nato all’estero: Patrice Evra. Che, per di più, è giunto in Francia con la famiglia quando aveva tre anni. E va segnalata anche la situazione di Mavuba, nato in mare mentre sua madre scappava dall’Angola verso la Francia. La Germania multietnica e campione del mondo aveva in organico solo due giocatori nati al di fuori dei confini tedeschi: Podolski e Klose, polacchi di nascita. Il primo vive in Germania dall’età di due anni. Nel secondo caso, i genitori di Klose sono di origine tedesca e si sono stabiliti in Germania nel 1986. Boateng, Özil, Mustafi e Khedira – discendenti da famiglie ghanesi, turche, albanesi e tunisine – sono nati rispettivamente a Berlino, Gelsenkirchen, Bad Hersfeld e Stoccarda.

Per cercare una diffusa rappresentanza di oriundi, bisogna guardare altrove. Nell’Algeria, per esempio. Ben 16 dei 23 convocati da Vahid Halilhodžić sono nati e cresciuti in Francia. Ma hanno origini algerine, quanto basta per vestire la maglia della nazionale nordafricana. E il discorso si potrebbe estendere ad altre ex colonie francesi, come la Tunisia e il Marocco. In sostanza, la presenza di oriundi nelle nazionali maggiori è meno diffusa di quanto si possa pensare a prima vista. La Spagna ha fatto eccezione, accogliendo nella sua rosa per i Mondiali 2014 il brasiliano Diego Costa. Questo caso, sì, è assimilabile a quello di Éder. Diego Costa è cresciuto calcisticamente in Spagna, così come Éder gioca in Italia dal 2005. Il primo, tuttavia, ha ottenuto la cittadinanza dopo aver trascorso più di cinque anni in terra iberica, mentre il secondo ha potuto usufruirne grazie alle origini italiane del bisnonno. Ma il livello dei due giocatori non è paragonabile. Diego Costa arrivava da una stagione in cui aveva condotto l’Atletico Madrid alla vittoria della Liga e alla finale di Champions. Éder, di contro, è stato fino ad ora protagonista di una annata importante, dopo stagioni in cui il suo nome non era troppo di rilievo nel nostro campionato, ma non esattamente trascendentale.

È ora opportuno trarre delle conclusioni. Pur sapendo quanto sia difficile mettere d’accordo i due schieramenti contrapposti: quello del «no agli oriundi» e quello del «ogni nazionale dovrebbe schierare la formazione migliore possibile». Il secondo punto di vista può sembrare, da un lato, una violazione di quello che dovrebbe essere lo spirito delle competizioni per le nazionali. Sul piano puramente teorico, una rappresentativa nazionale dovrebbe usufruire del meglio che offre il calcio del suo Paese e non approfittare di passaporti e seconde cittadinanze per arricchire il proprio livello tecnico. È anche vero che, per quanto riguarda il caso recente, se Éder e Vázquez hanno la cittadinanza italiana, sono a livello di regolamento arruolabili per la nazionale, come correttamente asserito da Conte. Uno dei temi dibattuti sull’argomento è quello del senso di appartenenza alla nazione per cui si scende in campo. Spesso mascherato dai media, subdolamente, dietro al cantare o meno l’inno. Ma come si può stabilire con oggettività un aspetto del genere? Alcuni oriundi scelgono una determinata nazionale per la poca probabilità di essere convocati dalla rappresentativa del loro Paese di nascita, è innegabile. Ciò non toglie che il loro impegno può risultare comunque encomiabile. Qualcuno ha mai avuto da ridire su quanto dato da Camoranesi per la maglia azzurra? Le polemiche chiaramente si fanno più rumorose laddove il livello tecnico degli oriundi convocati non sia ritenuto eccezionale. E tutti gli oriundi arrivati dopo Camoranesi – chi più, chi meno – rientrano in questa casistica.  Eppure, se la questione è impossibile da risolvere a parole, potrebbero essere proprio i gol di Éder o le invenzioni di Vázquez a distogliere l’attenzione dalle origini geografiche di questi calciatori. In fondo, nel calcio, ogni dibattito è subordinato ai risultati.

About Filippo Antonelli

Classe 1992, studente di Linguaggi dei Media a Milano. Vivo a Varese. Appassionato di sport, pallacanestro e calcio in testa, da gran parte della mia vita.

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